Una storia di bellezza e rabbia (ovvero l’apparente leggerezza del quasi)

 

In fondo al suo ultimo e recente romanzo (e, in parte, anche in una pagina del suo sito, che ritrovate cliccando qui, dove alcuni appaiono in forma di indizi) Paolo Di Paolo elenca i debiti contratti nella scrittura di Una storia quasi solo d’amore – pubblicato da Feltrinelli, con una bellissima copertina firmata dall’illustratore Joey Guidone – citando tra gli altri Pierre de Marivaux, Jules Verne, Walter Benjamin, i versi di Giorgio Caproni e Giovanni Ramboni, nonché due canzoni in particolare di Jacques Brel e dei Lumineers (chi non si ricorda la loro Ho Hey, magari per averla canticchiata più volte qualche anno fa). Anche io, in questo caso, devo ammettere qualcosa, ed è meglio che lo faccia subito: ovvero che ritengo l’autore in questione uno dei migliori narratori di questi anni (non c’è infatti bisogno che sia io a presentarvelo), che ho la fortuna di conoscerlo di persona e che due anni fa ho avuto l’onore e il privilegio di poterlo coinvolgere nel progetto Scrittori di Scrittura, da me curato per l’Ufficio della Pastorale della Cultura della Diocesi di Torino, a cui ha partecipato con una splendida riflessione personale e multidisciplinare. Tutto questo non toglie che mi sia avvicinato alla sua ultima fatica con la curiosità di un lettore qualsiasi, certo affezionato, e che non possa raccontarvi di come ancora una volta mi sia sentito ripagato alla grande.

 

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Giunto al suo quarto romanzo, Paolo Di Paolo ha scelto di giocare a carte scoperte fin dal titolo, al quale ha cercato di attenersi fedelmente, nonostante il frutto maturo e succoso della sua scrittura si riveli poi nelle varie sfumature che assume durante la lettura quel quasi che vi appare (e che, curiosamente, si ritrova anche nel titolo di un altro recente romanzo, scritto da Mariapia Veladiano): in questo caso, l’avverbio si riempie di molteplici contenuti, trasformandosi in una storia dove, fin dalla prima pagina, la bellezza (dei personaggi, certo, ma anche delle loro azioni, nello sforzo e nell’illusione che le contraddistingue) e la rabbia (l’emozione, forse, più vera e immediata che siamo capaci di esprimere) convivono, confrontandosi e alimentandosi a vicenda. È la storia di un innamoramento, quello che nasce e si costruisce tra il ventitreenne Nino, attore di qualche speranza forse già perduta, e Teresa, trent’anni, impiegata in un’agenzia di viaggi: a raccontarla, a raccontarceli, c’è Grazia, insegnante di teatro di lui e zia di lei, che con voce interessata e disancantata ci accompagna al loro fianco. Il tutto si svolge a Roma in un tempo preciso, dall’ottobre 2012 al maggio dell’anno seguente: quando Nino e Teresa si incontrano per la prima volta, lui è appena tornato da Londra, dopo un’esperienza non così arricchente o edificante, richiamato da Grazia stessa per insegnare in un laboratorio teatrale per la terza età (per fare il maestro di gente senza futuro), mentre lei si è trasferita a vivere dalla zia per cambiare vita, dopo essersene andata da Terracina. Nino è, neanche tanto in fondo, un buffone, il più simpatico e il più coglione tra gli allievi di Grazia, un ragazzo senza altre passioni o fedi che non siano il teatro, uno per cui niente aveva il potere di fargli cambiare umore, se non la resistenza altrui al divertimento. Teresa, invece, si capisce fin da subito che porta con sé un segreto, è una che fa tante domande e risparmia sulle risposte; nonostante la sua apparente sicurezza e il suo lavoro nell’agenzia, ha troppe paure, e alle spalle poche vacanze all’estero, che ricorda come sogni faticosi.

Il racconto di Grazia – un resoconto in cui i dialoghi tra i vari personaggi si inseriscono direttamente nel flusso narrativo, senza stacchi o segni di interpunzione (con una sola e lodevole eccezione per un capitolo costituito da un lungo scambio tra i due protagonisti) –  li segue fin dal primo incontro, assecondando la corrente che scava l’estraneità e la trasforma in confidenza, che fa diventare due sconosciuti meno sconosciuti. Il suo è un racconto che spiega l’utilizzo di quel quasi del titolo, dentro cui ci sono tante cose: c’è, per esempio, la Roma di questi anni, in cui un’epoca è questione di metri e dove spuntano locali nuovi dalla sera alla mattina, tutti più o meno uguali; ci sono i ricordi, in particolare quelli di un’infanzia che ci riconvoca sempre, e i tempi, diversi per ciascuno di noi (Quando, dove e perché finiscono i tempi di qualcuno? quanto durano? I miei, quali sono?) e capaci di metterci in situazioni di conflitto; ci sono, chiaramente, i sogni e le ambizioni (che sono sempre altri sogni, altre ambizioni), che coltiviamo e nonostante tutti gli sforzi non riusciamo a realizzare, salvo poi arrivare a immaginare quanto si vive leggeri senza più ambizioni, e alla rabbia, quella di cui si parlava all’inizio, si affianca una sconosciuta, superiore pace; ci sono presenti e a volte ingombranti, come deve essere per un romanzo ambientato ai nostri giorni, i mondi digitali in cui viviamo, tra sms, Facebook e YouTube (uno dei pochi progetti che sembra avere Nino è proprio quello di avviare un canale in cui raccontare con dei video l’Italia di oggi, questa macchina del tempo scassata, attraverso le sue sagre di provincia); ci sono le domande fondamentali, che ci facciamo e sulle quali indirizziamo le nostre scelte (Teresa) o che cerchiamo di evitare in tutti i modi (Nino): a dividere i due protagonisti, per esempio – lo accenno soltanto, perché meritebbe un articolo a parte -, c’è l’atteggiamento verso la Chiesa e la dimensione della fede, argomento anche del lungo scambio a cui facevo riferimento sopra, in una fase storica che, se ci pensate, per la prima volta ha visto le dimissioni di un papa (un gesto enorme e anche misterioso, potente e fragilissimo insieme).

Ma soprattutto, in questa storia che nasce da un quasi, c’è il teatro, che poi non è altro che la vita stessa: perché c’è una zona teatrale in ogni nostro atto e non è una questione di doppia vita, ma di questa, dell’unica. Attraverso la voce di Grazia, l’autore ci ricorda che in verità, qualunque nostra azione, se non viviamo nel deserto, ha un pubblico. In fondo, siamo tutti uno spettacolo per qualcun altro. Nel corso del romanzo sono molti i momenti in cui il teatro pare simulare la vita stessa dei personaggi (o forse dovrei dire il contrario?) e le battute dello spettacolo che la compagnia guidata da Nino sta provando (Le false confidenze di Pierre de Marivaux, appunto) si intersecano con le situazioni che essi stanno vivendo. La sensazione è che Paolo Di Paolo, questa volta forse più di altre, si sia lasciato ispirare da uno dei suggerimenti da insegnante di teatro di Grazia, il segreto è partire sempre dall’improvvisazione, e che l’abbia seguito affidandolo a sua volta ai personaggi di questa storia quasi solo d’amore, regalandoci così un’altra lettura capace di stupirci e commuoverci.

Ora vi lascio, perché devo andare a cercare un’opera scultorea all’interno di una chiesa che si trova all’angolo tra via XX Settembre e via Bissolati (uno dei segreti di Roma che ancora non conosco: leggendo il libro capirete, fidatevi), ma non prima di ricordarvi che Paolo Di Paolo, accompagnato da Piera Degli Esposti, presenterà Una storia quasi solo d’amore all’interno della manifestazione Libri Come all’Auditorium Parco della Musica di Roma, sabato 19 marzo, alle ore 17, presso l’Officina 3 dello spazio Garage. Ci si vede lì.

 

PaoloDiPaolo