Gli amici che porto con me – BOOK VERSION 2015

 

Gli ultimi giorni dell’anno sono giustamente un periodo di bilanci e riflessioni. A volte, perché no, sono anche costellati di classifiche dedicate alle più svariate attività e piacevolezze umane e non: abituato ormai da anni a compilare elenchi definitivi dei migliori ascolti, suddivisi genere per genere, questa volta ho deciso che era venuto il momento – forse anche grazie a questo sito nuovo di pacca – di dedicare un piccolo spazio anche ai miei amori più grandi.

Ma una vera e propria classifica, quella no, non ero in grado di produrla e forse nemmeno mi sembrava giusto. Così è nata una selezione, una lista, in pratica una top-ten delle migliore letture che ho fatto quest’anno: è venuta fuori una sostanziale equità tra autori italiani e stranieri, e la cosa non mi dispiace a dirla tutta. Sono però necessarie alcune precisazioni:

  • ho inserito solo libri usciti in Italia nel corso del 2015 (ed è per questo, per esempio, che non ci troverete La ferocia di Nicola Lagioia, letto e adorato quest’anno, ma pubblicato da Einaudi nel 2014)
  • mancano un sacco di titoli che tanti lettori fidati – librai, giornalisti, scrittori, molti di questi amici – hanno segnalato come veri e propri capolavori (per esempio, Gli anni di Annie Ernaux, Benedizione di Kent Haruf, Panorama di Tommaso Pincio, Gli amori di mia madre di Peter Schneider, I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews, ecc.): non ci sono semplicemente perché non li ho ancora letti, ma prometto di rimediare quanto prima.

Ecco i libri che porterò con me, inseriti in rigoroso ordine alfabetico per autore:

 

No, non credo che Gesù sia risorto. Non credo che un uomo sia tornato dal mondo dei morti. Ma il fatto che lo si possa credere, e che io stesso l’abbia creduto, mi intriga, mi affascina, mi turba, mi sconvolge – non so quale sia il verbo più adatto. Scrivo questo libro per non pensare, ora che non ci credo più, di saperne più di quelli che ci credono e di me stesso quando ci credevo. Scrivo questo libro per cercare di non essere troppo d’accordo con me stesso.

Emmanuel Carrère, Il Regno (ADELPHI)

IlRegno

 

Domenico oltrepassa la Clio bianca. Si volta e getta un’ultima occhiata ai due che continuano a sorridere, ma non lo guardano più. Riprende la sua andatura da cinquantenne risoluto, uso ad avere una meta anche quando passeggia. Ha tutto il tempo per raggiungere il ristorante dove ha appuntamento. È sereno, se così si può dire, in pace con sé stesso. Tuttavia il corpo non riesce a liberarsi dal ricordo. È una rete, una ventosa, il ricordo, prende i muscoli le ossa il respiro. Tu lo mantieni presente e lui ti mantiene vivo. A volte, tu e il tuo ricordo siete il futuro.

Anthony Cartwright e Gian Luca Favetto, Il giorno perduto (66THAND2ND)

Il Giorno Perduto

 

Il cuore di Simon Limbres. Cosa sia questo cuore umano, dall’istante in cui ha cominciato a battere più forte, alla nascita, quando altri cuori là intorno acceleravano a loro volta salutando l’evento, che cosa sia questo cuore, cosa l’abbia fatto balzare, vomitare, crescere, danzare in un valzer leggero come una piuma, o pesare come un macigno, cosa l’abbia stordito, cosa l’abbia fatto struggere – l’amore; che cosa sia il cuore di Simon Limbres, che cosa abbia filtrato, registrato, archiviato, scatola nera di un corpo di vent’anni, nessuno lo sa davvero, soltanto un’immagine in movimento creata da ultrasuoni potrebbe restituirne l’eco, mostrare la gioia che dilata e la tristezza che contrae, solo il tracciato cartaceo di un elettrocardiogramma srotolato dal principio potrebbe segnarne la forma, descriverne la fatica e lo sforzo, l’emozione che pressa, l’energia prodigata per comprimersi quasi centomila volte al giorno e per far circolare fino a cinque litri di sangue al minuto, sì, solo quella linea potrebbe raccontarlo, delinearle la vita, vita di flussi e riflussi, vita di valvole che si aprono e che si chiudono, vita di pulsazioni, nel momento in cui il cuore di Simon Limbres, quel cuore umano, proprio quello, sfugge alle macchine, nessuno potrebbe sostenere di conoscerlo, e quella notte – notte senza stelle, un freddo da spaccare le pietre sull’estuario e nel Pays de Caux, mentre un’onda lunga senza riflessi rotolava sulle falesie e la piatta forma continentale indietreggiava svelando striature geologiche –, quel cuore rimandava il ritmo regolare di un organo che si riposa, di un muscolo che lentamente si ricarica – polso probabilmente inferiore ai cinquanta battiti al minuto – quando l’allarme di un cellulare è scattato ai piedi di un letto stretto, sul touch screen l’eco di un sonar inscriveva a led luminosi le cifre 05:50, e in quell’istante tutto è precipitato.

Maylis de Kerangal, Riparare i viventi (FELTRINELLI)

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Comunque quella scrittura era un minuscolo esercizio gotico, regolare e talmente armonioso, che si stentava a percepire i punti dove la mano dello scrittore si era fermata per infilare la punta del pennino dentro il collo del calamaio. Era la scrittura dei Chironi antichi che, senza saperne esattamente il motivo, avevano chiara la coscienza di sé. Della loro necessità di avere un passato, per essere certi di avere un futuro. Perché quella scrittura la emozionasse fino alle lacrime Maddalena non sapeva dirlo. Ma questo deve fare la scrittura: metterci di fronte al punto di non ritorno, all’abisso di noi stessi.

Marcello Fois, Luce perfetta (EINAUDI)

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A quei tempi le persone sparivano a migliaia, senza ragione apparente. Sparivano ambasciatori, amanti di capitani e ammiragli, proprietari di imprese che facevano gola ai generali. Sparivano operai all’uscita dalla fabbrica, contadini che lasciavano i trattori col motore acceso, morti che erano stati sepolti il giorno prima e le cui tombe venivano trovate vuote. Sparivano bambini dal ventre delle madri e sparivano madri dalla memoria dei figli. Alcuni ammalati che arrivavano in ospedale a mezzanotte, la mattina dopo non c’erano più. Capitava spesso che dai supermercati uscissero donne disperate, in cerca dei figli perduti tra i buchi neri degli scaffali. Alcuni, pochi, sarebbero riapparsi molti anni dopo, ma non erano gli stessi. Avevano altri nomi, altri genitori, e una storia che non era più la loro. E non sparivano solo le persone: fiumi, laghi, stazioni ferroviarie, città mezzo costruite svanivano nell’aria come se non fossero mai esistiti. Il saccheggio di quello che non c’era più e di quello che avrebbe potuto esserci non aveva mai fine.

Tomás Eloy Martínez, Purgatorio (EDIZIONI SUR)

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Al figlio piacerebbe potersi muovere random avanti e indietro nell’ultimo anno in cui la madre è stata accanto a lui (o lui accanto a lei?), attraversarlo seguendo un nuovo intreccio per recuperare i momenti più preziosi e mescolarli ai più terribili. Del resto a Mattia certe giornate sembrano dei montaggi fatti ad arte, composti da episodi che ha già vissuto. Il giorno in cui lei ha tentato inutilmente di alzarsi dal letto ed è scoppiata a piangere; furibonda con se stessa e con il suo corpo, ha preso a colpirsi le cosce con i pugni. La sera che si è versata addosso la zuppa, perché il cucchiaio le è sfuggito di mano. Ma anche il giorno in cui lei gli ha chiesto se, per favore, poteva spostare la tenda davanti alla finestra per vedere bene il giardino fuori. La volta in cui Mattia ha detto Che sonno, poi ha appoggiato la testa sulle gambe della madre, e lei ha preso ad accarezzargli i capelli cantandogli la ninna-nanna. La domenica in cui erano tutti a pranzo insieme e la televisione in sottofondo si preparava a commentare le partite di calcio; Mattia aveva diviso un budino con la madre, mangiando nello stesso piatto. Ma anche quando lei non voleva prendere una medicina e il figlio – inferocito con la malattia – le ha dato uno schiaffo in faccia, e la madre non ha reagito. Persino i ricordi peggiori, quelli di cui Mattia si vergogna, sono da salvare.

Marco Peano, L’invenzione della madre (MINIMUM FAX) 

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Entrando a Gilead si sentiva proprio come a quei tempi, con la differenza che adesso era sola. Doane diceva sempre: «Non siamo vagabondi, non siamo zingari, non siamo indiani selvaggi» quando voleva che i bambini si comportassero bene. Una volta lei aveva chiesto a Doll: – E cosa siamo, allora? – e Doll le aveva risposto: – Siamo persone, e basta -. Ma Lila aveva capito che non era vero, o almeno non del tutto.

Marylinne Robinson, Lila (EINAUDI)

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Cara Aurora, sono passate tre settimane. Le ho contate anche se qui il tempo è un’isola, come avevo provato a spiegarti. Quello che mi hai chiesto ha messo a soqquadro i ricordi, che del resto ognuno vive a modo suo. Non abbiamo mai usato lo stesso dizionario. Parole uguali, significati diversi. Dicevamo famiglia: io pensavo a costruire e tu a circoscrivere; dicevamo politica: io ero entusiasta e tu diffidente. Io combattevo, tu ti rifugiavi. Se non ci fosse stata Mara ci saremmo persi subito, ma almeno non avremmo continuato a incolparci per le nostre solitudini. Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario. 

Nadia Terranova, Gli anni al contrario (EINAUDI)

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Ore 10.50. Nelle redazioni dei giornali, nelle case editrici e negli appartamenti degli scrittori squillano i telefoni: «Majakovskij si è ucciso!». Incredulità, sgomento. C’è chi pensa: «Secondo il vecchio calendario oggi sarebbe il primo aprile. Deve essere uno scherzo, uno stupidissimo scherzo…». Il letterato Michail Prezent, confidente e factotum – forse ”controllore” – di Dem’jan Bednyj («Dem’jan il Povero», lumpen-pseudonimo di un notissimo quanto mediocre e servile poeta), gli telefona: «Ma è vero?». «Sì» risponde il Povero con residenza al Cremlino. «Prima c’erano tre poeti. Adesso sono rimasto solo io». Nel ’25 si è impiccato Sergej Esenin. «Ve ne siete andato, / come si dice, / all’altro mondo. / Vuoto. / Volate, / fendendo le stelle» aveva scritto Majakovskij. E poi anche lui ha spiccato il volo… La concorrenza si elimina da sé…

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi (ADELPHI)

SerenaVitale-Adelphi

 

Dicono che l’amore conquista ogni cosa. Si sbagliano, pensa Keller. È l’odio che conquista tutto. Conquista persino l’odio.

Don Winslow, Il cartello (EINAUDI)

IlCartello

 

Ok, ora correrò ai ripari, leggendo tutti quei libri imperdibili che non ho citato, ma voi, se vi fidate di me e vi siete persi qualcuno di quelli inseriti qui sopra, be’, non lasciatevi sfuggire l’occasione di recuperarlo, in vista di un 2016 che vi auguro, come sempre, pieno di buone letture!